Apprendimento, Disabilità, Mondo della scuola

Inclusione scolastica: 40 anni

Siamo in chiusura di un anno che tra tante ricorrenze ha festeggiato i 40 anni di inclusione scolastica degli alunni con disabilità nelle scuole, poiché la legge 517/1977 sancì il diritto alla frequenza scolastica di tutte le persone in condizione di svantaggio.

In questi anni sono state investite risorse per ristrutturare l’istituzione scolastica e per affrontare nuove sfide. Ogni livello di istruzione presenta delle sfide peculiari: alla scuola dell’infanzia si avvia lo sviluppo delle autonomia e delle abilità psicomotorie che si concludono durante la scuola primaria, dove prende piede lo sviluppo delle capacità cognitive elevate le quali vengono approfondite alla scuola secondaria, che ha l’obiettivo di inserire tutti gli alunni nel mondo del lavoro o della specializzazione universitaria.

Questo è il percorso che dovrebbe essere garantito a tutti gli studenti perché il diritto allo studio prevede che tutti i ragazzi abbiano la possibilità di accedere alla formazione indipendentemente dallo presenza o meno di difficoltà e dallo stato socio-economico, ma non sempre è così.

Il non rispetto di questo diritto mi preoccupa in misura maggiore quando penso che il mondo della scuola è una fotografia ridotta di ciò che ci aspetta, perché l’impostazione che diamo alle nostre classi scolastiche sarà riflessa nella società del futuro. Se in una classe gli alunni con difficoltà vengono mandati fuori dall’aula, vengono lasciati indietro o vengono esclusi dalle gite scolastiche, come potremo pensare di avere un loro inserimento nel mondo del lavoro? Nei luoghi di incontro? Nella società degli adulti?

Che tipo di vita gli stiamo garantendo?

Gli operatori scolastici, soprattutto gli insegnanti, non hanno meno responsabilità di un cardiochirurgo perché “operano” ogni giorno nella testa e nel cuore dei bambini. Le operazioni della scuola non sono l’addizione, la sottrazione, la moltiplicazione e la divisione; ma dovrebbero essere l’imparare ad essere curiosi; il conoscere i propri punti di forza e i propri punti di debolezza; il comprendere come entrare in relazione con gli altri.

Ha senso fornire agli studenti tante conoscenze che non sanno utilizzare?

L’istituzione scolastica ha il difficile compito di “dirigere la musica”: i bambini entrano a sei anni a scuola come in un’orchestra, a volte sanno già qual è il loro strumento musicale preferito, altre volte non sanno neanche cosa siano questi strani oggetti; quindi è necessario fare delle esperienze che permettano a ciascun alunno di capire cose è più adatto per lui; poi ci sono quelli che sanno già suonare in modo armonioso o che imparano con facilità, mentre altri richiedono più lavoro per evitare gli stridori con gli archi o le stonature con la voce; ciascun musicista ha il suo strumento e impara a suonare “a suo ritmo”, così il direttore dell’orchestra ha il difficile compito di rendere armoniosa la musica.

L’obiettivo dell’inclusione scolastica è molto ambizioso, ma risponde a un diritto e pertanto è un dovere dell’istituzione scolastica. D’altra parte c’è la complicazione che per questo arduo scopo non ci sono formule preconfezionate, non ci sono ricette della nonna che possono garantirci il risultato finale, perché ciascun alunno richiede e ha diritto di una riflessione accurata sulle sue attitudini affinché sia predisposto per lui un piano che gli garantisca le migliori opportunità.

L’augurio è che anche il prossimo anno sia faticoso e in salita, ma che avvicini un po’ di più alla vetta.

Dott.ssa Samantha

 

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