Psicologia della vita quotidiana

Ascolto attivo: non solo per psicologi

L’ascolto attivo è una pratica poco discussa nella nostra società, infatti spesso siamo tutti molto più concentrati a parlare piuttosto che ascoltare.

La fascia pomeridiana televisiva è spesso riempita da “urlatori”, persone che nel confrontarsi non riescono a mantenere un ruolo di voce adeguato ad una conversazione.

Perché la gente urla? Perché non si sente ascoltata.

Se l’altra persona non ci ascolta è sufficiente alzare la voce? No!

La differenza tra sentire e ascoltare è abbastanza conosciuta, poiché la prima a differenza della seconda non richiede il prestare attenzione a cosa ci dice l’interlocutore. Invece è meno diffusa la differenza tra ascolto e ascolto attivo.

Facciamo un esempio preso dalla vita quotidiana, state passeggiando nel corso principale del vostro paese e incontrate una persona che conoscete: solitamente se è solo un conoscente ci si saluta velocemente e altrettanto velocemente ci si domanda e ci si risponde vicendevolmente “Come stai?” “Bene!”; se è un amico magari ci si ferma un attimo e la risposta al “Come stai?” può essere più complessa, ma se uno dei due ha fretta cercherà di fare veloce per procedere nel suo cammino senza prestare molta attenzione allo scambio di informazioni; infine se incontriamo un amico intimo magari dopo il “Come stai?” si decide di fermarsi a bere un caffè insieme, ci si racconta e si ascolta in modo attivo.

Questo esempio spero sia stato utile per far comprendere che con il termine “ascolto attivo” intendiamo un processo che richiede non soltanto di udire quanto ci viene detto, ma anche di far capire all’altra persona che l’abbiamo sentita, affinché il nostro interlocutore sia rassicurato e ci parli con sincerità.

Vediamo insieme quali sono gli elementi principali di un ascolto attivo:

  • Riconoscere i sentimenti in gioco: come già trattato nell’articolo sull’empatia, a volte si può avere la sensazione che l’altro non ci stia ascoltando perché non è sintonizzato con il nostro stato emotivo. Può capitare anche a noi come interlocutori di pensare di aver capito il vissuto emozionale dell’altro, anche se non è proprio così.
  • Fare uso appropriato del linguaggio corporeo: se il nostro interlocutore non è solo attento alle nostre parole ma è anche impegnato in un’altra attività quello che noi percepiamo è disinteresse. Durante un’interazione il linguaggio corporeo, come descritto nell’articolo scritto per il blog di Daniele Cassioli, permette una danza tra i corpi, pertanto nella danza della conversazione chi parla esprime mediante l’espressione motoria, ma chi ascolta deve mostrare anche una disponibilità corporea.
  • Resistere alla tentazione di interrompere: a volte non vediamo l’ora di dire la nostra e questo ci fa concentrare di più su ciò che noi vogliamo dire piuttosto su ciò che l’altro ci sta dicendo. Sarebbe meglio ascoltare l’altro senza interromperlo e rimandare domande e considerazioni alla fine.
  • Fare grande attenzione a quello che ci viene detto onde evitare fraintendimenti e non interpretare: ascoltare in modo attivo ci permette di evitare incomprensioni e conflitti.
  • Evitare le conclusioni affrettante e gli stereotipi: ci può capitare di ascoltare una persona con il pregiudizio che ci stia dicendo qualcosa di poco interessante oppure giudichiamo tutto quello che ci dice in base allo stereotipo che quella persona rappresenta per noi. Questo non è ascolto e non potremo certo dire in un secondo momento che l’abbiamo ascoltata e che quello che ha da dirci non è interessante.
  • Riflettere bene sugli aspetti essenziali di quanto ci viene detto per poi confermare che abbiamo capito: a volte può essere utile chiedere all’altra persona di poter riformulare quanto capito in modo che lei ci possa confermare o meno la nostra comprensione. L’avere il dubbio di non aver capito bene non è segno di insicurezza, ma anzi ci aiuta ad essere certi che quello che stiamo comprendendo è giusto.

A volte mi capita di ascoltare un conoscente e nel momento in cui ascolto senza intervenire egli teme che io stia elaborando una diagnosi su di lui, non è così perché l’ascolto attivo, come dice il titolo, non è solo una prerogativa degli psicologi, ma di tutte le persone anche al di fuori della pratica professionale.

Quindi uno psicologo quando è fuori dal luogo di lavoro e sta ascoltando un’altra persona non sta facendo attività clinica e non sta eseguendo diagnosi; se non altro perché queste richiedono test standardizzati, attenzione e meticolosità.

Dott.ssa Samantha

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