Benessere, Psicologia della vita quotidiana

COUNSELING: strumento professionale per psicologi

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Il giorno 18 gennaio del 2019 il Ministero della Salute ha inviato all’UNI (Ente Italiano di Normazione), deputato a delineare una normativa per lo svolgimento dell’attività di counseling, una lettera in cui definisce che “le attività […] attribuite al counseling come più volte segnalato rientrano a pieno titolo tra le attività tipiche della professione di psicologo.”.

La parola “Counseling” è un termine inglese utilizzato per definire l’attività di consulenza che ha avuto origine in America intorno agli anni ’20 del novecento.

Leggendo la definizione di “Counseling” dal sito dell’Associazione Professionale di Counseling è comprensibile come il Ministero della Salute abbia ampie motivazioni nell’attribuire le attività di counseling alla professione di psicologo, prendiamo in esame alcune parti:

  • “Un lavoro richiedente una buona conoscenza della personalità umana”.
  • “Servizio di orientamento pedagogico […] strumento di supporto nei servizi sociali e nel volontariato”.
  • “Una relazione d’aiuto che intercorre tra due persone, in cui una si rivolge all’altra per cercare di rispondere ad un bisogno specifico, relativo all’ambito familiare, ai rapporti affettivi, agli ambiti lavorativi e di autorealizzazione”.

Queste tre affermazioni portano facilmente a intuire che l’attività di counseling sia deputata ad una professione che abbia una buona conoscenza della personalità umana e che si occupi di orientamento in diversi ambiti sociali. Inoltre, si deduce che la consulenza è caratterizzata da una relazione tra due persone: il consultante che si rivolge al consulente per rispondere ad un bisogno specifico relativo a differenti ambiti, come ad esempio quello familiare, affettivo, lavorativo e personale.

A nostro parere, leggendo questa definizione non si hanno dubbi sul fatto che si stia parlando della figura professionale dello psicologo, poiché per ricevere tale titolo una persona deve acquisire una formazione universitaria di cinque anni; svolgere un anno di tirocinio gratuito presso enti convenzionati e superare un esame di abilitazione alla professione.

Riassumendo si suppone che con cinque anni di formazione accademica e dopo non meno di un anno e mezzo di tirocini un individuo abbia acquisito delle buone conoscenze della personalità umana in modo tale da poter supportare un’altra persona nella risoluzione di alcune problematiche familiari, affettive, lavorative o personali.

Sempre sul sito dell’Associazione Professionale di Counseling viene citato  Umberto Galimberti in modo non del tutto preciso,   infatti in “Nuovo Dizionario di Psicologia” (Ed. 2018) , il termine consulenza (ingl. Counseling) viene definito con i seguenti termini:

“una forma di rapporto interpersonale in cui un individuo che ha un problema, ma non possiede le conoscenze o le capacità per risolverlo, si rivolge a un altro individuo, il consulente (specifichiamo che nel testo originale non viene citato il Counselor come sul sito citato), che è limitato nel tempo e generalmente relativo a uno specifico problema, fa parte delle varie modalità di intervento della psicologia clinica, ma non solo, e può assumere differenti forme a seconda del metodo che utilizza e dell’utenza a cui si rivolge.”

Mentre, sempre sotto la voce “Consulenza”, viene definito il termine “Counseling” con queste parole:

“Azione di sostegno terapeutico, allo scopo di […] consentire all’individuo una visione realistica di sé e dell’ambiente sociale in cui si trova ad operare, in modo da poter meglio affrontare le scelte relative alla professione, al matrimonio, alla gestione dei rapporti interpersonali con la riduzione al minimo della conflittualità dovuta a fattori soggettivi”.

Sempre sul sito dell’Associazione Professionale di Counseling, Carl Ransom Rogers, psicologo-psicoterapeuta, viene correttamente definito un “padre del counseling” poiché ha formulato un particolare modello di consulenza che viene definito “centrato sul cliente”, inoltre sempre sul “Nuovo Dizionario di Psicologia” (Ed. 2018) possiamo leggere che durante la consulenza centrata sul cliente:

“lo psicologo si occupa di tutti quei problemi personali, familiari, evolutivi, pedagogici, professionali che non rientrano propriamente nella categoria dei disordini mentali. Questo intervento si distingue dalla psicoterapia sia perché si rivolge a persone considerate “normali”, sia perché non si fa carico del problema, ma offre semplicemente un consiglio su come affrontarlo, lasciando al consultante la piena responsabilità delle sue azioni successive.”

A fronte di tutte queste affermazioni risulta deducibile che non basta prendere un metodo, una tecnica o una procedura da una professione per diventare competente, perché ammettere che una persona è competente nell’attività di counseling senza prevedere una formazione adeguata come quella richiesta agli psicologi è come affermare che chiunque sia in grado di cucinare una Sacher abbia delle competenze da pasticcere.

Ognuno potrebbe offrirsi sul mercato come esperto nella preparazione di Sacher, ma gli organi di vigilanza dovrebbero controllare che questa persona abbia non solo le competenze culinarie ma anche le conoscenze di regole dell’igiene e della sicurezza alimentare, così che i fruitori di tale servizio abbiano la garanzia di poter accedere ad un alimento commestibile che rispetti i termini della sicurezza igienica senza mettere a rischio se stessi e i propri cari.

A conclusione di questa riflessione sull’attività di consulenza è utile chiedersi come mai il counseling abbia avuto spazio nel mercato dei servizi partendo proprio dalla domanda: “Per una persona che ha un problema e sa di aver bisogno di una consulenza che impatto ha rivolgersi ad un “Counselor” piuttosto che a uno psicologo?”

Non è possibile rispondere a questa domanda senza introdurre lo stereotipo secondo cui gli psicologi e tutto ciò che è “PSIqualcosa“ riguarda un’area di “non-normalità” e che di conseguenza va a contrastare con l’esigenza di ciascun individuo di sentirsi accettato, di sentirsi come gli altri, di sentirsi “normale”.

Ne consegue che se una persona con tale stereotipo deve far fronte a un problema indubbiamente preferisce rivolgersi ad un Counselor, che ha questo nome inglese molto attraente, piuttosto che a uno psicologo che riconosce come “il professionista dei matti”.

Pertanto si può dedurre che il counseling, come metodo unico e non come strumento di lavoro di un professionista ben attrezzato, abbia risposto ad una reale esigenza della popolazione andando a offrire un servizio che non godesse dello stereotipo legato alla parola “psicologia”, perché a causa di tale stereotipo risulta più accettabile per l’individuo dover chiedere aiuto a un counselor piuttosto che a uno psicologo.

Tale stereotipo esiste ed è importante che la comunità professionale degli psicologi lo abbia ben presente affinché non solo si batta per vie legali per veder riconosciuta l’attività di counseling a figure professionali formate adeguatamente, ma è necessario anche intervenire culturalmente modificando l’idea di psicologo che la maggior parte delle persone ha.

L’obiettivo ultimo della comunità degli psicologi è quello di rendere consapevole tutte le persone che l’aggettivo “psicologico” vicino alla parola “counseling” non delinea un intervento per chi non è “normale” ma è una parola che garantisce loro che la persona che fornisce tale servizio, ha seguito un iter di formazione ritenuto valido e adeguato.

Dott.ssa Samantha

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