Funzionamento psicologico, Genitorialità, Psicologia della vita quotidiana

La morte di un genitore

In fondo all’articolo è possibile ascoltare l’audio-lettura

In un altro articolo abbiamo osservato come alla nascita di un figlio, soprattutto primogenito, corrisponde la “nascita” dei genitori, poiché quest’ultimi devono affrontare un ruolo nuovo.  In questo articolo invece vogliamo ribaltare la prospettiva e riflettere su come la morte di un genitore corrisponde alla “morte” dell’essere figlio.

Dalla nascita ciascuno di noi è figlio poiché sin da subito qualcun altro si è preso cura di noi, che altrimenti non saremmo stati in grado di sopravvivere. Questi caregiver nella maggior parte dei casi vengono identificati con i genitori.

Ne consegue che nasciamo come figli e questo ruolo ci appartiene finché sono in vita le figure genitoriali. Una volta che viene a mancare il genitore viene così a mancare il figlio, infatti questi ruoli sono complementari e non ci può essere l’uno senza l’altro.

Il benessere nella nostra società ci ha condotto al compromesso di vivere più a lungo ma invecchiare, così spesso accade che i figli iniziano a rielaborare il loro ruolo comprendendo che le attenzioni non possono più essere a senso unico dal genitore al figlio, ma si devono rimodulare. Si inizia con degli aiuti occasionali e si può giungere a prendersi cura dei propri genitori ventiquattro ore su ventiquattro ritornando magari a condividere lo stesso tetto.

È da considerare che seppur i ruoli possano modificarsi e individuare nuovi equilibri si ha la sensazione di essere sempre genitore davanti al proprio figlio e figlio davanti al proprio genitore. Quindi cosa accade quando in età adulta si smette di essere qualcosa che si è stato per tutta la vita?

In “Montedidio” Erri De Luca, attraverso le parole di Don Rafanié, riflette come l’assenza provocata dalla morte non è una reale assenza, ma una presenza dell’assenza altrimenti chiamata mancanza o nostalgia della persona cara.

L’elaborazione del lutto è un complicato tentativo di rimettere coerenza tra passato, presente e futuro, infatti ricorrendo alla metafora a me cara del puzzle: immaginate di aver costruito un puzzle, che è la rappresentazione coerente della vostra vita passata, presente e futura; ad un certo punto vengono a mancare alcuni pezzi; così non vi rimane che affrontare l’arduo compito di individuare nuovi incastri per creare un puzzle che fornisca una nuova immagine coerente della vostra vita.

L’elaborazione del lutto richiede continui feedback e feedforward.

I primi sono i salti all’indietro nel passato che ci permettono di alimentare i ricordi positivi che ci emozionano e ci fanno provare nostalgia per quel che è stato; ma che possono anche farci vivere sentimenti di rimpianto, per ciò che non abbiamo fatto, e di rimorso, per ciò che invece abbiamo commesso.

Al contrario i feedforward sono i salti in avanti che ci portano a immaginare quello che sarà: questa rielaborazione del futuro cerca di trovare il compromesso tra ciò che sarebbe potuto essere e ciò che potrà essere nelle nuove condizioni. Ritornando all’immagine del puzzle questa fase corrisponde all’individuazione di una nuova immagine coerente della propria vita.

Nel presente invece la persona che cerca di elaborare il lutto continua a “incontrare” la persona persa nell’ambiente circostante. Gli oggetti e i luoghi rimandano alla persona amata e anche in questo caso è necessario individuare un adeguato compromesso tra la possibilità di convivere o eliminare alcuni elementi dell’ambiente.

Al riguardo mi viene in mente un film intitolato “P.S.: I love you” in cui il marito sul punto di morte aveva preparato una serie di lettere e sorprese per accompagnare la moglie nell’elaborazione del lutto. Se nel film il marito consapevolmente dissemina degli indizi nella vita della moglie dopo la sua morte, nella vita reale chi è rimasto “solo” ricerca intorno a sé i ricordi della persona amata e alcune volte affiorano alla memoria anche elementi che sembravano completamente dimenticati.

Tornando nello specifico all’elaborazione del lutto di un genitore ci sono alcune caratteristiche peculiari, infatti come si è detto prima si è figli dalla nascita ed è difficile non vedersi tali quando lo si è sempre stati.

Essere figli vuol dire sapere di essere nella mente di qualcuno ed è poi questo che noi cerchiamo nel partner. Un figlio prova l’esperienza di sapere che ci sono delle persone, seppur lontane, che non stanno pensando solo alla propria vita ma anche alla sua. A volte queste attenzioni possono diventare invadenti e disturbanti, ma alla base c’è il semplice pensiero che se qualcuno ci pensa allora siamo amati. Quando però si smette di essere pensati si ha la sensazione di non essere più amati, quindi il lutto del genitore pone il figlio nella condizione di domandarsi qual è il suo valore.

Essere figli vuol dire anche avere a disposizione delle attenzioni che nessun altro ti dà. Infatti anche quando i figli vanno vivere altrove può capitare che ricorrano ai genitori per avere un aiuto: in alcuni casi si chiede aiuto per accudire i nipoti; in altri casi si affidano ai genitori alcune mansioni che per motivi lavorativi sono difficili da portare avanti; oppure si chiedono alcuni favori anche solo per il piacere di ricevere qualche attenzione. A volte queste attenzioni vengono date per scontate però quando vengono a mancare assumono un valore inestimabile, la malinconia si rende più evidente e ci si domanda se non si è ringraziato abbastanza.

Inoltre, essere figli vuol dire anche avere un’identità: il fatto che si sia stati figli per tutta la vita ci dà un senso di continuità e di identità. Nella vita solitamente non rivestiamo solo questo ruolo e acquisiamo ruoli differenti nelle diverse situazioni sociali; andando avanti con l’età acquisiamo maggiore consapevolezza di chi siamo, ma se non abbiamo avuto il tempo e il modo per capirlo, nel momento in cui un elemento di continuità viene meno non si è solo davanti al complicato compito di elaborare il lutto ma è necessario anche rielaborare la propria identità.

Nella nostra società la morte è divenuta quasi un tabù, perché con difficoltà ne parliamo e talvolta quasi ci dimentichiamo che fa parte della vita stessa, ma è importante parlare di dolore, dell’assenza e della presenza dell’assenza. È difficile essere pronti alla morte di un genitore ma il ricordarci che questo potrà accadere forse ci può permettere di dare meno per scontato il presente.

Dott.ssa Samantha

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