Benessere, Funzionamento psicologico, Psicologia della vita quotidiana

La passione per il cibo

La passione per il cibo è sempre stata presente nell’uomo, ma nel corso dell’evoluzione filogenetica nella società occidentale ha assunto diversi significati, arrivando oggi concepirlo in maniera molto diversa da quella originaria.

In origine il cibo era una semplice forma di sostentamento, pertanto l’essere umano cercava frutti o cacciava per poter sopravvivere. Il poter rimanere in vita quindi era conseguente alla capacità di poter individuare le risorse e le strategie migliori per procurarsi del cibo.

In un secondo momento ha compreso che poteva provvedere alla propria sopravvivenza in modo più semplice: non ricercando più il cibo e facendo affidamento su ciò che la natura aveva da offrirgli, ma provvedendo da sé a coltivare le piante e ad allevare gli animali.

Questo passaggio ha modificato profondamente le abitudini e le attività svolte dall’uomo, così da nomade è divenuto sedentario. Queste nuove abitudini hanno condotto l’uomo a fare maggior affidamento sul proprio lavoro seppur mantenendo un legame con la natura, poiché le stagioni lo portavano a non poter avere sempre a disposizione ogni sorta di alimento.

Successivamente la tecnica e la tecnologia ha portato l’uomo ad inventare le serre che permettono la coltivazione di frutta e di verdura durante tutto l’arco dell’anno e di aumentare la produttività rendendola intensiva sia nell’ambito agricolo sia nell’allevamento.

Inoltre la grande distribuzione in supermercati ha permesso di avere a disposizione in uno spazio ristretto la maggior parte degli alimenti prodotti su tutto il pianeta, senza badare a stagioni, luoghi geografici o l’ora del giorno o della notte in cui si desidera un alimento.

Da questa veloce carrellata storica si può osservate che il nesso molto stretto che originariamente era presente tra il cibo e la sopravvivenza nella nostra società è meno evidente, ma molto probabilmente l’equazione “cibo = vita” è ancora scritta nel nostro DNA.

Osservando i nostri comportamenti possiamo notare come sia difficile per ciascuno rimanere indifferente ad una tavola imbandita che offre diverse portate, come se il nostro cervello davanti al cibo abbia la risposta automatica di assumerlo, magari con la previsione che ci possano essere periodi di magra e di conseguenza quel cibo può essere immagazzinato all’interno del corpo.

Eppure la maggior parte delle persone in Italia oggi non ha sofferto la fame a causa di guerre o di carestie, ma probabilmente nella dimensione filogenetica è rimasto il ricordo di momenti in cui i nostri antenati faticavano a trovare il cibo a causa di guerre o carestie e non hanno potuto sfamarsi adeguatamente.

Questa attitudine al cibo e all’acquisirlo in dosi abbondanti ci conduce a malattie alimentari come l’obesità ma dall’altra parte ci conduce ad apprezzare il cibo anche in altre vesti, come in quello artistico e in merito basta pensare i numerosi programmi televisivi, libri e profili social che trattano di cucina e di preparazione degli alimenti.

Seppur in molti si stupiscano della moda degli chef al momento molto in auge, l’introduzione del cibo nell’arte risale al secolo scorso, proprio quando il cibo iniziò ad essere più abbondante e smise di avere un legame stresso con i concetti di vita e di sopravvivenza:

  • La pittura e la scultura ha visto la comparsa di “opere d’arte” innovative con l’utilizzo di soggetti tratti dagli alimenti: Luigi Benedicenti realizzò quadri dipinti che sembrano fotografie di alimenti reali e diventò famoso soprattutto per la serie dedicata a dolci e pasticcini; mentre Luciano Ventrone fu definito il “Caravaggio del ventesimo secolo” per la somiglianza tra alcune sue opere di natura morta e quelle di Caravaggio.
“Dolce bacio” di Luigi Benedicenti

“Senza rumore” di Luciano Ventrone
Archivio dei lavori del pittore: QUI
“Canestra di frutta” di Caravaggio
  • Carl Warner inventò invece i “Foodscapes” (paesaggi di cibo) realizzati partendo da una progettazione tridimensionale di un paesaggio utilizzando esclusivamente cibo vero; dopodiché si passa a svariati scatti fotografici, per finire con qualche ritocco digitale. Il risultato è sorprendente: lo spettatore si trova di fronte ad uno scenario che a prima vista sembra verosimile, ma che in realtà è composto da formaggi affettati, frutta e ortaggi.
Truffle Falls
Archio dei lavori di Carl Warner: QUI
  • La “Food Photography” si focalizza sul cibo e sul suo aspetto per motivi pubblicitari.
  • In Italia la “Shootfood” propone cibo non come soggetto pubblicitario ma come vero e proprio veicolo interattivo per differenti e molteplici progetti di sviluppo.
  • Infine si è diffuso il fenomeno dei ”Food bloggers“ che in modo professionale o improvvisato fotografano e postano immagini di cibo.

In altri termini oggi il legame cibo-vita si è per lo più delineato in cibo-qualità della vita. Sempre più studi osservano che il cibo condiziona le nostre attività quotidiane e di conseguenza sempre più persone prestano attenzione agli alimenti che ingeriscono:

“Noi siamo ciò che mangiamo”

Ludwing Feuerbach

Il controllo di ciò che mangiamo avviene nella quantità e nella qualità, infatti alcuni si limitano a mantenere sotto controllo l’assunzione di alcuni tipi di cibi o delle calorie totali assimilate ogni giorno; altri invece pongono l’accento su un tipo di dieta varia assumendo diversi tipi di alimenti, mentre altri orientano la propria alimentazione evitando alcune tipologie di cibo;  infine   ci sono coloro che cercano di porre l’accento su entrambe le variabili.

L’attenzione per l’assunzione di cibo però a volte viene meno davanti all’abbondanza che caratterizza le nostre tavole nelle grandi occasioni e nei giorni di festa:

Come mai l’attenzione per ciò che mangiamo svanisce in queste occasioni?

Non abbiamo risposte a questa domanda, ma il nostro intento è quello di porre l’accento sulla disponibilità di cibo che a volte ci conduce ad assumere comportamenti che non favoriscono il nostro benessere  e  il divenire consapevoli di tali situazioni è un primo passo per ciascuno d’interrogarsi e darsi delle risposte.

Una risposta che ci sentiamo di azzardare è che nel nostro codice genetico il cibo è ancora codificato come vita e pertanto l’aumento di cibo rappresenta per noi un aumento di vita. La nostra passione per il cibo, sia in termini di risorsa per la sopravvivenza sia come forma d’arte, potrebbe quindi essere giustificata da una risposta automatica, la quale attiva le sensazioni di piacere che tendiamo a ricercare e riprovare.

Le riposte alla domanda sopra dovranno ancora essere indagate e sarebbe bene che ciascuno di noi lo faccia per proprio conto per acquisire un rapporto con il cibo che sia equilibrato, così come afferma la saggezza popolare mediante il proverbio:

“Non vivo per mangiare, ma mangio per vivere”.

Dott.ssa Samantha

(Alcuni contenuti sono stati acquisiti dalla mostra “Il cibo nell’arte” tenuta da Istituto per la Storia dell’Arte Lombarda)

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