Benessere, Psicologia della vita quotidiana

Mangiare con la mente

L’atto di mangiare lo compiamo con naturalezza più volte al giorno, ma in esso sono implicate delle componenti psicologiche di cui non tutti siamo consapevoli e i più non sanno che mangiamo anche con la mente.

I nostri gusti alimentari si formano nell’arco di tutta la nostra vita e le esperienze che viviamo li influenzano  determinando così la scelta dei nostri alimenti.

Alcuni cibi li associamo a determinate persone mentre altri ci ricordano avvenimenti accaduti. Pertanto visto che solitamente tendiamo a ripetere i comportamenti che ci provocano piacere orientiamo le nostre scelte alimentari a cibi che ci ricordano persone alle quali siamo legati (esempio: “la pasta al pomodoro della nonna”) o che ci portano alla mente avvenimenti che ci hanno permesso di star bene.

D’altra parte alcuni gusti e alcuni alimenti vengono completamente eliminati, perché fanno rivivere in noi alcuni  ricordi spiacevoli oppure perché il pregiudizio sociale di blocca, infatti ad un occidentale  difficilmente viene in mente di mangiare degli insetti.

In una società come la nostra con l’enorme privilegio di avere un’ingente offerta di cibo, quest’ultimo non ha più una sola funzione di sopravvivenza ma assume differenti significati.

Il cibo ha un aspetto simbolico associato al dono. Nella religione cattolica il più grande regalo è quello del figlio di Dio che si fa uomo e durante l’eucarestia si traduce in pane e vino, cibo e bevanda. Questa concezione religiosa ha avuto risonanza nella sfera sociale dove spesso il cibo viene donato come se si donasse amore e dove anche le attenzioni passano attraverso le tematiche alimentari, spesso infatti quando si è al telefono con mamme e nonne una delle prime domande che viene posta è “Hai mangiato?”.

Il cibo assume anche un aspetto relazionale. Molte famiglie si ritrovano a cena per condividere le vicende della giornata appena trascorsa, altre anno appuntamenti fissi durante i quali mangiano insieme e condividono le proprie vicende. La colazione, il pranzo e la cena possono diventare così molto di più del momento in cui si mangia perché diventa il tempo in cui si è concretamente “Famiglia”.

Il cibo può essere anche uno strumento di consolazione. Spesso il pianto del bambino viene interpretato come richiesta di cibo e viene consolato con la poppata, pertanto acquisiamo sin da neonati l’abitudine di colmare le carenze e le frustrazioni con il cibo. D’altra parte risulta più complicato portare avanti una dieta quando si è in un periodo difficile, perché il pezzo di cioccolato o l’abbondante cena può essere il momento di conforto dopo una brutta giornata.

Il filosofo Feuerbach affermava che “Siamo quello che mangiamo”, ma probabilmente non siamo ancora pienamente
consapevoli di quello che mangiamo. Ultimamente ci si interroga sulle proprietà degli alimenti, ma questo ha portato a fenomeni come quello dell’olio di palma o quello del gluten free che più che condurre ad una consapevolezza alimentare sembrano mode. Quindi è indubbiamente un bene interrogarsi su ciò che introduciamo nel nostro corpo ma sarebbe bene avere senso critico e prestare attenzione anche al significato che il semplice gesto del mangiare ha per noi.

Dott.ssa Samantha

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