Psicologia della vita quotidiana

Viaggiare come vivere e vivere come viaggiare

In fondo all’articolo è possibile ascoltare l’audio-lettura

La mia attenzione è stata catturata da un articolo intitolato “Il viaggio, metafora della vita” scritto da Gabriella Carbonetto.

L’autrice parte dall’etimologia delle parole, che è sempre qualcosa che mi affascina perché permette di arrivare alle origini, alle radici di ciò che si sta affrontando: l’inizio della vita di un individuo viene caratterizzato dal verbo “partorire” che ha una certa assonanza con il termine “partire”, il quale definisce il primo atto di un viaggio.

L’autrice sottolinea come entrambi questi verbi sottendano il significato di “separazione” e “distacco”.

Il distacco prevede che ci sia una tensione tra l’eccitazione di spostarsi verso qualcosa di nuovo e il timore di lasciare il “porto sicuro”, quindi se consideriamo le differenti possibilità possiamo individuare tre differenti scenari:

  1. Quando il timore prevale sull’eccitazione le persone non si avventurano in viaggi;
  2. Quando, viceversa, l’eccitazione prevale sul timore le persone organizzano viaggi più o meno avventurosi;
  3. Nel mezzo possiamo individuare chi fa un viaggio, ma per raggiungere una seconda casa, dove non c’è la quotidianità del periodo lavorativo né la richiesta di investire molte risorse per affrontare qualcosa di nuovo.

La vita inizia con il parto, che segna il primo gesto di distacco dalla figura materna che prosegue sino all’adolescenza. Nel distacco il bambino avrà maggiore tendenza a sperimentare la propria autonomia quanto più sarà buona la sua relazione con la figura di riferimento. Questa spinta all’indipendenza inizia con la capacità di camminare ed esplorare; prosegue con la possibilità di sperimentare altri come figure di riferimento (padre, nonni, maestre etc.) e con le prime relazioni con il gruppo dei pari; fino a viversi come un individuo separato, con un’identità sufficientemente stabile e sicura.

A conclusione del viaggio si prevede l’arrivo al posto desiderato, al traguardo o alla realizzazione di un’aspettativa. Per tutta la durata del viaggio è presente la tensione tra la spinta all’autonomia e quella di tornare al “porto sicuro”, la quale viene a sciogliersi nel momento in cui il viaggio è portato a termine; si pensi alla necessità diffusa di informare subito gli altri sull’andamento del viaggio e sulla sua conclusione.

Il viaggio come abbiamo già avuto modo di vedere ha delle forti connotazioni emotive e in base al significato che ciascun viaggio assume possono essere implicate differenti emozioni. Vediamo gli esempi dell’autrice:

  • Si può vivere il viaggio come riappropriazione dei propri spazi di libertà e creatività;
  • Il viaggiare può essere inteso come evasione, distrazione, vacanza;
  • Il viaggio può rappresentare il ritorno alla natura, all’infanzia, alle proprie origini,
  • Il viaggiare può presentare l’opportunità per l’arricchimento e il consolidamento di rapporti e conoscenze.

Qualunque tipo di viaggio si decida di affrontare questo implica una disponibilità a mettersi in gioco, ad affrontare l’ansia dell’imprevisto e dell’ignoto; comporta di abbandonare la sicurezza di ciò che è conquistato e garantito, fuori dal cerchio della città e della casa in cui si vive.

Dott.ssa Samantha

2 thoughts on “Viaggiare come vivere e vivere come viaggiare”

  1. Articolo interessante! Provo spesso questa sensazione, un misto tra la necessità di scoprire ed esplorare qualcosa di sconosciuto e il bisogno di un posto da chiamare casa.

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